Premi alle Commissioni Tributarie: l’ennesima provocazione?

Se lo chiederanno certamente gli avvocati torinesi, e non solo. E’ veramente necessario premiare i membri delle Commissioni Tributarie, a seguito di quello che è accaduto negli ultimi anni? E’ veramente accettabile questa ennesima provocazione, visto il funzionamento del meccanismo ideato dal Governo (e dai Governi precedenti)?

In poche parole, il Ministro Padoan ha firmato i decreti che consentiranno di sbloccare circa 40 milioni di euro provenienti dall’aumento dei contributi unificati nei procedimenti tributari, per elargirli a favore di personale amministrativo e giudici fiscali capaci di smaltire in poco tempo anni di arretrati.

Ora, tutto questo apparentemente potrebbe sembrare un capolavoro di meritocrazia, ma forse bisognerebbe scoprire anche cosa sta dietro ad operazioni del genere, cioè la reale situazione che si è venuta a creare negli anni, a causa del cattivo operato di certi organi istituzionali. In effetti, a ben vedere, diversi governi non hanno fatto altro che aumentare i contributi unificati, cioè il balzello richiesto forfettariamente dallo Stato all’inizio di ogni processo, a copertura unitaria della maggior parte dei costi procedurali. Detto aumento, però, rispetto alla giustizia fiscale, si è innestato su una situazione del tutto paradossale. Al di là degli inevitabili conflitti di interessi che riguardano i membri delle Commissioni Tributarie italiane rispetto alla parte “forte” del procedimento, cioè l’Agenzia delle Entrate, molti continuano a non sapere che il contributo unificato è commisurato al valore della causa e il valore delle cause tributarie è però determinato da un accertamento aprioristico, spesso fondato sul nulla, operato dall’Agenzia delle Entrate sulla base di scarsità di prove e soprattutto sulla base di meccanismi, sia pure legali, di accertamento redditometrico, sintetico o induttivo.

In poche parole, moltissimi procedimenti pendenti avanti le Commissioni Tributarie (anche di Torino) sono in realtà originati da accertamenti che non hanno fondamento, se non su presunti indici di spesa o di reddito, perchè lo Stato presume quantitativamente un livello di reddito a seconda di consumi del contribuente, di zone di influenza della sua capacità imprenditoriale (i cosiddetti studi di settore). Inoltre, molti accertamenti non hanno alcun fondamento, come dimostrato dal fatto che tantissimi processi finiscono con un annullamento dell’accertamento fiscale, e che molti contribuenti decidono di transigere per evitare il peggio, nonostante il reddito accertato sia assolutamente fasullo. Ne sono esempio tantissime imprese commerciali costrette a chiudere per queste ragioni. Però, al di là di tutto, appare realmente insostebile quanto poi è successo.

Chiunque voglia intraprendere un’impugnativa dell’accertamento fiscale (per dare bella mostra di sè, molti Governi si avvalgono del dato degli accertamenti presunti, in via di verifica, come se si trattasse di somme recuperate realmente), deve comunque pagare una parte della sanzione, in via preventiva. Inoltre, più alto è l’accertamento (anche nel caso di accertamento infondato), più si innalza il contributo unificato. E’ pur vero che il contribuente potrebbe chiedere l’iscrizione a ruolo del processo senza pagare il contributo, ed esponendosi così inevitabilmente all’ulteriore accertamento fiscale conseguente a detta evasione, ma in realtà si tratta di una falsa alternativa, non certo di un diritto, visto che non pagare imposte e tasse non è un comportamento lecito.

Ed è così che l’incremento esponenziale dei contributi unificati, che rende nella maggior parte dei casi impossibile impugnare l’accertamento infondato, è in realtà, come si scopre oggi dal Ministro Padoan, finalizzato addirittura a premiare i giudici e il personale meritevoli. Ma nessuno si rende, così, conto del fatto che il gran numero di procedimenti, smaltendo i quali si viene premiati, è in realtà destinato nella maggior parte dei casi a terminarsi con l’accertamento dell’infondatezza della pretesa? E, alla fine, appare veramente una beffa il fatto che i contributi unificati esosi ed esasperanti imposti al contribuente per ricevere giustizia, finiscono addirittura per finanziare gli stessi giudici che si occupano di detti procedimenti, con un valzer univoco e incontestabile di conflitti di interessi.

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